Lidi privati, pubbliche virtù

domenica, 20 febbraio 2011 Lascia un commento

27 Apr 2004

Confesso di avere esitato non poco, prima di decidermi a scrivere su questo tema – la concessione dei lidi – balzato di recente all’attualità. E per tante ragioni: prima fra tutte la circostanza di essere stato, in quel lontano 1997, il progettista del Piano di Utilizzo delle Spiagge, e comprendo pertanto che le mie considerazioni siano facilmente liquidabili da chi voglia (o conviene!) farlo, alla stregua di una qualsiasi perorazione di parte; in secondo luogo, perché vedo il rischio di ritrovarmi invischiato in contrapposizioni politiche di carattere strumentale che non mi appartengono, in polemiche improduttive nelle quali il discorso aperto rischia di scivolare.

Ne vale la pena? Mi sono chiesto.

Alla fine ho deciso che sì, tenterò di delineare la base reale dei fatti e della questione, ma forse è meglio che proceda in modo semiserio, per un problema che è serio a metà: per l’esigenza posta e non certo per come fin qui trattato.

Nel recente comunicato di Lega Ambiente su questo argomento, leggo testualmente: “L’incremento del numero dei lidi in misura del 25% … è frutto della mancata revisione del Piano Spiagge da parte del Comune, così come prescritto dalla Regione che ha ritenuto troppo permissivo quello adottato negli anni scorsi.”

A parte l’intrinseca inconsistenza della prima affermazione, presentata en passant come fosse verità lapalissiana – mi chiedo infatti per converso: se ci fosse stata la revisione del Piano Spiagge, sarebbe stato impossibile il paventato aumento dei lidi in misura del 25%?

Ovviamente no, pertanto non è chi non veda che questa è una formidabile sciocchezza anche sul piano della mera consequenzialità logica di causa ed effetto; mentre la realtà così appannata è, che se ci ritroveremo con un numero maggiore di lidi, ciò sarà dovuto esclusivamente a scelte politiche, più o meno sospinte o suffragate da interpretazioni elastiche dell’Ufficio Tecnico, circa le condizioni per il rilascio del nulla osta di conformità al piano di utilizzo delle spiagge approvato dal Consiglio Comunale.

A parte questo, dicevo, vorrei chiedere agli amici di Lega Ambiente, da dove hanno tratto la seconda affermazione, che la Regione “ha ritenuto troppo permissivo quello adottato negli anni scorsi”. Forse avranno accesso a corrispondenze secretate, che a me non è dato conoscere?
E’ solo una battuta per sorridere un po’, ovviamente.
Comunque, prima di procedere oltre, fissiamo il significato delle parole: devo ritenere che l’aggettivo permissivo voglia indicare un eccesso di aree destinate ai privati per l’apertura dei lidi.
Vale a dire delle aree indicate nel piano come zone S4, che sono le uniche deputate a questa destinazione.

Ho riguardato nella documentazione ufficiale esistente agli atti del Comune, e l’unica nota dell’Assessorato Regionale Territorio e Ambiente, è datata 27 maggio 1999. Bene. In questa nota non c’è alcun riscontro di quanto sopra sostenuto da Lega Ambiente; nella parte in cui si condensa la valutazione dell’Assessorato, si legge invero: “… pur esprimendo apprezzamento per il lavoro svolto da codesto Comune, si suggerisce di integrare e/o modificare la documentazione pervenuta in modo da evidenziare chiaramente, alla stregua di quanto operato per le zone ‘S4’ (quelle per i lidi!), le aree che si intendono attrezzare e/o sulle quali si intendono approntare servizi diversi da quelli essenziali (pulizia spiaggia, salvataggio) …”. Nessun accenno, neanche minimo, ad una “eccessiva permissività” del piano! Anzi, un esplicito riferimento di assenso per le previsioni delle zone S4, se l’invito è a ritenerle modello per gli aspetti di integrità e completezza della documentazione.

Eppure, la Lega Ambiente (ma non solo essa ad onor del vero!) scrive ancora che l’A.R.T.A. ha restituito il piano “chiedendo che fosse ridotta la superficie da dare in concessione ai lidi.” Non commento oltre.
Aggiungo soltanto che la Capitaneria di Porto, appena cinque giorni dopo la suddetta nota dell’A.R.T.A. del 27 maggio ’99, e quindi in data 1 giugno ‘99, ha reso parere favorevole all’approvazione del medesimo Piano di Utilizzo delle Spiagge, provvedendo – come per disposizioni assessoriali – all’invio di tutti gli atti alla Regione.

In altra parte mi soffermerò maggiormente sui contenuti e le problematiche, sugli iter burocratici e sulle effettive modifiche ed integrazioni richieste per il piano di utilizzo delle spiagge, per adesso, precisato quanto sopra, non voglio sottrarmi dall’entrare in merito al problema della proliferazione dei lidi.

Premetto che nel Piano di Utilizzo delle Spiagge, nel tratto antistante il centro abitato fra il Faro e la via Cordovena,  vi sono soltanto 4 aree destinate ai privati (zone S4), e altre 2 sulla costa orientale fra il Faro e ed il Porto; queste aree impegnano all’incirca mq. 11500 su un totale di circa mq. 142000 di spiaggia fra via Cordovena ed il Porto, in percentuale quindi, il 12,35%. Se vogliamo parlare in termini di fronti di spiaggia destinati ai lidi, allora il suddetto rapporto si riduce ulteriormente e diviene pari al 7% circa, in termini assoluti soltanto 300 metri di lunghezza sui 4200 metri di costa interessata.
Su queste cifre ciascuno potrà fare le sue considerazioni, ed è giusto che le faccia.

Ma torniamo al punto. Personalmente – molti possono già averlo intuito – non ho alcuna remora nel condividere pienamente la preoccupazione espressa da molti cittadini, dalla stessa Lega Ambiente e da alcuni esponenti politici dell’Amministrazione, per l’incontrollata ed eccessiva proliferazione dei cosiddetti lidi, e senza incertezze appongo la mia firma alla sottoscrizione popolare indetta dal Comitato Cittadino, ma soltanto per la proposta non certo per le premesse infondate che ricalcano il comunicato di Lega Ambiente.

E’ vero infatti che parecchi lidi sono stati autorizzati in aree diverse dalle S4, le uniche previste nel piano per questa tipologia di utilizzo. Non discuto delle ragioni per cui ciò è avvenuto, ma è indubbio che è avvenuto.

Non ho ancora alcuna difficoltà a condividere pertanto, la stessa posizione di Lega Ambiente laddove afferma che “sulla questione dei ‘lidi’ non servono le polemiche. Serve però una precisa assunzione di responsabilità da parte di chi esercita un potere ed un ruolo istituzionale”.
E come fa qualsiasi cittadino a non trovarsi d’accordo?

Di contro, ho appreso che questa dichiarazione fa eco ad un comunicato del Sindaco, laddove si legge: “…Sono assolutamente d’accordo con la mia maggioranza sulla necessità di procedere alla rivisitazione e al miglioramento del Piano spiagge. … In questa fase, chiunque vuole realizzare un lido deve presentare domanda a ben nove enti diversi, fra i quali il Comune di Capo d’Orlando può dare solo un nulla osta. La decisione finale dipende infatti dalla Capitaneria di porto di Milazzo, dalla Sovrintendenza di Messina e dal Genio civile opere marittime di Palermo, i quali in passato hanno già bocciato progetti ritenuti inadeguati….”

In questa dichiarazione vi sono tante verità che racchiudono una sola affermazione debole, probabilmente incidentale e inavvertita,  giacchè farei torto all’intelligenza del Sindaco se pensassi che non si renda conto, che il nulla osta del Comune sia la conditio sine qua non, per ottenere le successive autorizzazioni alla concessione demaniale da parte degli altri Enti che giustamente cita.

D’altra parte – giacchè mi ritengo uso a non subordinare la libertà e l’onestà intellettuale ad altre convenienze, e non avendo fatto delle ragioni politiche le mie ragioni di vita – riconosco lealmente che finora il Sindaco, in questo e altri problemi, ha dimostrato atteggiamenti di apertura con frequenti inviti alla comunità ed alle forze sociali di “lasciare da parte le polemiche inutili” ed unirsi nel lavorare per la crescita ed il bene della città. Ne prendo lietamente atto, e ne traggo l’augurio e la speranza che questo spirito costruttivo sia sempre prodromo di atti e comportamenti concreti e conseguenti.

E’ chiaro infatti che su questo tema, gran parte degli orlandini – me compreso – si aspettano decisioni ed azioni coerenti. Ne elenco solo tre a mo’ di esempio:

  1. bloccare il rilascio dei nulla osta comunali, per le eventuali nuove richieste di lidi al di fuori delle zone S4 del piano approvato dal Consiglio Comunale nel luglio 1997;
  2. riallacciarsi allo spirito che ha presieduto l’elaborazione del piano per le spiagge, volto alla migliore, ordinata, piacevole e serena fruizione balneare nelle ore diurne, e pertanto non consentirne l’uso improprio alla stregua di locali di intrattenimento notturno (discoteca, pizzeria, ecc.), o quanto meno regolarne rigorosamente gli orari e le attività, per evitare dannosi e pericolosi inconvenienti e forme di sleale competizione economica;
  3. far ripartire l’iter di definizione del piano spiagge – per troppo tempo dimenticato – anche e soprattutto con la programmazione contestuale degli interventi attuativi da parte del Comune, la cui assenza – pochi lo sanno – costituisce la fondamentale ragione del “fermo” all’Assessorato Regionale.

Il punto sul Piano di Utilizzo delle Spiagge di Capo d’Orlando

domenica, 20 febbraio 2011 Lascia un commento

27 Apr 2004

La redazione del Piano di Utilizzo delle Spiagge, nasce da esplicite richieste in tal senso avanzate dall’Assessorato Regionale Territorio Ambiente – tramite circolari a tutti i Comuni  costieri della Sicilia – già a partire dal 1985, susseguite con maggiore frequenza dal 1993.
E’ bene precisare in premessa, che non esiste alcuna normativa specifica la quale preveda, imponga e regoli i contenuti e l’uso di tale strumento pianificatorio. Potremmo dire che esistono soltanto motivi di opportunità, ripresi e rilanciati anche dalle sollecitazioni dell’A.R.T.A., tramite le suddette circolari nelle quali, l’unico riferimento normativo, è al D.P.R. 915/82 riguardante un generico obbligo dei Comuni alla pulizia delle spiagge.

In questo quadro di incertezza normativa, tutti i Comuni (e gli stessi tecnici – me compreso – che abbiamo dovuto affrontare questa inedita progettazione, viste le poche e sovente discordanti indicazioni anche da parte dei funzionari degli uffici regionali) si trovarono in non poca difficoltà nell’elaborazione dei Piani di Utilizzo Spiagge. Per l’individuazione dei contenuti di questa nuova tipologia di piano, non restò allora che fare ricorso alle generiche o minime indicazioni reperite nelle circolari assessoriali, tenere conto delle disposizioni della legge n. 494/93 (sui canoni per le concessioni demaniali marittime), recepire le disposizioni delle varie ordinanze della Capitaneria di Porto, ed assumere una metodologia analoga a quella consolidata per la pianificazione urbanistica, vale a dire l’elaborazione di un piano generale con una zonizzazione per destinazioni d’uso, accompagnato con norme d’attuazione e, contestualmente o meno, con progetti attuativi per singole aree.

Riepilogo brevemente le poche, seppure importanti indicazioni degli organi regionali, sulle quali a suo tempo fu redatto anche il Piano di Utilizzo delle Spiagge di Capo d’Orlando:

  • evidenziare i tratti di litorale che si intendono destinare alla pubblica fruizione, a scopo balneare ed elioterapico;
  • prevedere tratti di spiaggia attrezzati, con più o meno servizi;
  • prevedere interventi di pulizia degli arenili (D.P.R. 915/82);
  • prevedere tratti di litorali per fini sociali e ricreativi, da gestire direttamente o affidare a privati, ovvero ad associazioni;
  • prevedere percorsi pedonali lungo il mare, aiuole fiorite, e simili;
  • istituire ed assicurare servizi di salvataggio e pronto soccorso;
  • prevedere esclusivamente strutture ed impianti interamente rimovibili a fine stagione;
  • prevedere “in linea di massima, la tipologia delle strutture e dei materiali da utilizzare per la realizzazione di complessi balneari, al fine di renderli omogenei tra di loro”.

Quest’ultimo punto è stato particolarmente attenzionato nel Piano, attraverso i “disegni di indirizzo morfologico” allegati alle norme tecniche di attuazione.

In questo contesto il Piano fu elaborato e consegnato al Comune in data 23 giugno 1997, approvato dal Consiglio Comunale con delibera n. 65 del 31 luglio successivo, e pochi giorni dopo – il 14 agosto – fu inviato all’Assessorato Territorio e Ambiente tramite la Capitaneria di Porto di Milazzo, come richiesto da una precisa disposizione.

Sulla base delle indicazioni della stessa Amm./ne Com./le dell’epoca, il piano dava forma ad una generale zonizzazione del litorale, richiamava la necessità che il Comune – nei suoi organi competenti – provvedesse ad emanare gli atti, i regolamenti, le convenzioni e quant’altro necessario per gli affidamenti a privati o associazioni, per la gestione delle aree ecc., e rinviava esplicitamente ad una fase successiva, l’individuazione delle zone da richiedere in concessione diretta al Comune, anche (e forse soprattutto!) per non gravare da subito le casse comunali con impegni abbastanza gravosi, senza la certezza di un’adeguata richiesta di affidamento in gestione da parte dei privati (allora si era ancora all’inizio!).

Va sottolineato – comunque – che nella redazione del Piano, si guardò anche oltre quella che poteva essere una semplice previsione di ordinamento e dislocazione delle utilizzazioni della spiaggia, prevedendo interventi per la sdemanializzazione e l’acquisizione al Comune delle aree litoranee disponibili (lungomare nuovo, Bagnoli, ecc.); il censimento ed il ripristino degli accessi pubblici a mare (via Trazzera Marina) e, di particolare rilevanza, si indicavano interventi di valorizzazione ambientale focalizzati sulla piazzetta a mare di via del Fanciullo, la piazzetta di S. Gregorio, l’area del Laghetto, la Pineta del Capo.

Voglio ancora evidenziare, che fra le istanze cui il piano si è proposto di dare risposta, quella relativa al migliore utilizzo di ampie fasce di spiaggia per la libera fruizione, è al primo posto, insieme all’attenzione per l’inserimento ambientale degli interventi, per il paesaggio e la vivibilità: credo che chiunque voglia può accorgersi di questo, andando a visionare gli elaborati grafici e normativi, i disegni di indirizzo morfologico, nonchè la dislocazione e il dimensionamento delle varie zone.

Faccio un inciso: rigetto decisamente, pertanto, le tante cose inesatte, che sono state dette negli ultimi tempi sulla vicenda della proliferazione dei lidi, per una protesta giusta che condivido pienamente, ma dove è chiaro che le responsabilità vanno cercate ed individuate a livello di gestione che si è fatta (o che si vorrà fare, non sappiamo ancora!) del piano stesso, il quale finisce per essere disatteso e/o svuotato dei contenuti.
Chiudo la breve parentesi polemica, e vado avanti.

Il Piano restò fermo negli uffici della Capitaneria di Porto di Milazzo fino al primo giugno del 1999, allorquando la stessa Capitaneria lo esitava positivamente e lo trasmetteva alla Regione Siciliana.

Nel frattempo – forse per accelerare l’iter – l’Amm./ne Com./le decideva di inviare direttamente una copia del Piano all’Assessorato Regionale Territorio ed Ambiente. (nota n. 4663 del 25/03/1999).

Il 27 maggio del 1999, perveniva al Comune da parte dell’Assessorato Regionale, una nota – mai portata ufficialmente alla mia conoscenza – in cui, esponendo delle osservazioni di carattere generale, si esprime apprezzamento per il lavoro svolto e si suggerisce di “integrare e/o modificare la documentazione pervenuta in modo da evidenziare chiaramente, alla stregua di quanto operato per le zone ‘S4’ (quelle per i lidi!, n.d.s.), le aree che si intendono attrezzare e/o sulle quali si intendono approntare servizi diversi da quelli essenziali (pulizia spiaggia, salvataggio)…”.

Questa nota la trovate integralmente qui, commentata nei punti dove la comprensione potrebbe essere difficile a chi non abbia conoscenza del contesto.

Altra piccola parentesi.
Faccio notare che questo punto fa particolarmente chiarezza su un grosso equivoco (se così vogliamo chiamarlo!) che in questi giorni è stato dato in pasto all’opinione pubblica orlandina: e cioè che il piano sia stato bocciato dalla Regione, ed in più per la ragione che prevedeva troppe zone per i lidi (le aree S4). Se così fosse stato – e concordiamo tutti di sapere ancora leggere ed esprimerci in italiano, nonostante imperversi l’inglese – non credo che avremmo letto quelle parole nella nota!
Chiusa ultima parentesi.

Allo stato comunque ritengo – e credo di non sbagliarmi, anche sulla scorta di quanto appreso tramite qualche contatto con gli uffici competenti – che la situazione possa essere così riepilogata:
sulla base di una prassi consolidata soprattutto negli ultimi 5-7 anni, l’orientamento  prescelto all’Assessorato è quello di approvare piani di utilizzo spiagge che, insieme alle previsioni generali (la zonizzazione complessiva), riportino le aree che i Comuni intendono attuare direttamente o attraverso privati e/o associazioni, con previsioni di dettaglio alla stregua di progetti esecutivi.

E’ a mio giudizio un indirizzo fortemente restrittivo, e sicuramente diverso rispetto alle prevalenti indicazioni fornite attraverso quasi tutte le circolari degli anni ’90, laddove veniva richiesta una pianificazione generale che determinasse le tipologie delle strutture balneari e dei materiali, e stabilisse la “cornice” in cui inserire successivamente i singoli progetti attuativi.
Il contorno della questione assume poi dei caratteri paradossali e per molti versi assurdi (quando si dice la troppa burocrazia in Italia!), se si pensa che in ogni caso – anche successivamente all’approvazione del piano di utilizzo delle spiagge – occorrerà inoltrare i singoli progetti esecutivi alla Capitaneria di Porto, ecc. ecc., ripetendo una trafila che ha dell’incredibile!

Ma tant’è, non resta che adeguarsi, anche se ciò comporta un onere ed uno sforzo molto più rilevante da parte dei Comuni, soprattutto sul piano della programmazione finanziaria e degli interventi. Infatti dovranno stabilire a priori l’estensione delle aree da attrezzare e da richiedere in concessione, fissare i relativi costi e prevedere le coperture finanziarie, le possibili entrate dagli affidamenti di gestione ai privati, individuare le forme di gestione – diretta o indiretta – e decidere il numero dei casi, approntare preliminarmente tutti i regolamenti, le convenzioni e gli atti all’uopo necessari.

Come si vede, non è poco, né facile!

Osservazioni al P.R.G. di Capo d’Orlando

domenica, 20 febbraio 2011 Lascia un commento

15 Apr 2004

Le osservazioni di seguito riportate integralmente, relative al P.R.G. di Capo d’Orlando adottato con Delibera di C.C. n. 3/2003, sono state presentate in data 29/03/2003. A distanza di oltre un anno, superata ampiamente la comprensibile “pausa” per le elezioni amministrative comunali del maggio 2003, si deve registrare che l’iter per l’approvazione del Piano è al di sotto dei tempi di un normale tabellino di marcia.

Si ha notizia, tuttavia, che l’Ufficio Tecnico incaricato ha già visualizzato ed esitato le 281 osservazioni (od opposizioni che siano!) pervenute al protocollo del Comune. La “palla” – a questo punto – è solo nelle mani (o fra i piedi) dell’Amministrazione e della maggioranza politica consiliare, che dovrà decidere i tempi degli ulteriori adempimenti in Consiglio Comunale.

Osservazioni alle NTA:

Art. 13 punto 6 : Volume del fabbricato

OSSERVAZIONE: Non sembra una buona idea rendere computabile il volume interrato che si estende su un’area superiore al 50% della superficie di piano terra del fabbricato, in quanto porta a ridurre ulteriormente la possibilità di ricavare spazi per autorimesse la cui necessità è sempre più pressante, senza alcun effettivo vantaggio urbanistico. Riteniamo che sia meglio considerare volume non computabile quello interrato d’estensione pari alla superficie dei piani terra, ed anche maggiore nel caso fossero destinati a parcheggio, nei fabbricati in zone residenziali e/o produttive.

Per quanto riguarda l’esclusione dei balconi dal computo volumetrico, l’indicazione è poco comprensibile, ed andrebbe chiarita e specificata se il riferimento vuole essere ai balconi loggiati, altrimenti l’interpretazione resta equivoca con le immaginabili difficoltà in fase di applicazione della norma.

Apprezzabile appare anche l’esclusione dal computo della cubatura dei vani scala che non superano una superficie netta di mq. 12 in pianta: forse andrebbe specificato meglio che per vani scala di superficie maggiore va conteggiato solo il volume della parte eccedente i mq. 12. Questa disposizione va ad evitare l’abnorme proliferare di scale “esterne” – con conseguenze estetiche e sulla tipologia degli edifici spesso molto discutibili – che finora però hanno costituito una soluzione molto praticata, in quanto le uniche riconosciute come non computabili volumetricamente.


Art. 13 punto 16: Altezza delle fronti

OSSERVAZIONE: Ritorna anche qui lo spessore convenzionale di cm. 20 per il solaio ma, a differenza che nell’art. 13, è limitato solo al solaio di copertura: tale limitazione lascia un po’ perplessi per gli elementi di contraddizione con le scelte indicate al suddetto art. 13, e forse sarebbe più logico ribadire lo spessore convenzionale per i solai di ogni piano.


Art. 19: Piani cantinati

OSSERVAZIONE : Anche qui non si comprende perché la superficie del cantinato debba essere limitata al 50% e non invece al 100% del piano terra, tanto più che in zona agricola si ha maggiore disponibilità ed anche esigenza di spazi, e che dal punto di vista dell’impatto architettonico e dell’utilizzo del suolo, un cantinato della stessa estensione del piano terra non reca in linea di principio alcun inconveniente. E’ vero che nel passato sono state rilasciate concessioni in zone agricole con piani cantinati d’estensione doppia, tripla o molto più del piano terra: questo è assolutamente da vietare, e però non bisogna ricadere nell’eccesso opposto riducendo a superfici irrisorie i cantinati, tanto più se si pensa che – nella maggior parte dei casi – i fabbricati in zone agricole occupano superfici abbastanza modeste per il basso indice di cubatura consentito.


Art. 53: Zone B0 – Tessuti urbani storicizzati

OSSERVAZIONE: Finalmente veniva consentita, nell’originaria stesura delle norme in esame, la realizzazione di balconi con aggetto pari al sottostante marciapiede: purtroppo, e con rammarico, si deve sottolineare come una norma miope e gretta, è stata reintrodotta con un emendamento (il n. 1/REC – quando invece trattava di NTA, e ciò la dice anche lunga sull’attenzione posta a questo punto), votato con la delibera di C.C. n. 4/01.

La norma reintrodotta con l’emendamento consiliare ha vietato, dal 1984, ogni aggetto nelle strade di larghezza inferiore ai 6 mt., comportando l’eliminazione degli antichi balconcini con la caratteristica “balata” di marmo sui mensoloni in ferro o ghisa, tipicamente presenti proprio nell’antico tessuto storicizzato del centro e nel borgo marinaro di S. gregorio: al loro posto facciate piatte e piuttosto squallide! Che resta da dire senza cadere nella polemica? Si spera che una maggiore attenzione a questi aspetti porti ad accogliere la presente osservazione, reintroducendo la norma emendata, che contribuirà, di certo, ad incentivare la ripresa di questi ed altri elementi architettonici caratteristici del luogo.


Un’altra disposizione positiva si registra in quella che ribadisce l’obbligo di mantenere i preesistenti allineamenti dei fronti edificati: anche di recente abbiamo purtroppo dei brutti casi di arretramenti che squalificano l’ambiente urbano, fra l’altro in evidente violazione delle norme anche del vigente R.E.C.. Tuttavia, se si vuole realisticamente tener conto delle difficoltà frapposte dalla normativa antisismica, tale obbligo di allineamento potrebbe pure essere limitato solamente ai piani terra.

Nello stesso articolo troviamo l’obbligo della copertura a tetto, mirata evidentemente a definire, chiudere e ricomporre i volumi edificati con l’antico caratteristico aspetto dei tetti rossi, che gli orlandini di una certa età ricordano ben visibili dalle colline di S. Martino e dalla cima del Monte della Madonna. Lo stesso obbligo è introdotto anche per le zone B1, B2, B3, B4, C1 e C2 (agli artt. 54, 55, 60, ecc.) dove però viene specificato che il tetto deve coprire almeno il 75% del solaio dell’ultimo piano. Sarebbe il caso tuttavia che la formulazione di tale norma fosse più esplicita per le varie zone, mentre ora è sostenuta con una serie di rimandi poco chiari – e perciò di possibile interpretazione equivoca – fra i vari articoli.

Infine, il riferimento nell’ultimo rigo dell’articolo alla “superficie compresa tra mq. 120 e mq. 400”, è un chiaro errore materiale e va rettamente inteso come “superficie compresa tra mq. 200 e mq. 400”, in base alle vigenti disposizioni di legge.


 

Art. 56: Zone B3 – Ambito urbano su via Trazzera Marina

OSSERVAZIONE: Mi limito ad osservare qualcosa in merito al “premio di cubatura sul massimo volume edificabile e/o preesistente”, previsto dai progettisti in attuazione delle direttive consiliari. L’idea è quella di favorire e qualificare l’uso turistico-ricettivo degli immobili, in un’ampia fascia costiera già di per sè investita – in modo caotico ed incontrollato – da questo tipo di utilizzo legato quasi esclusivamente alla funzione balneare durante la stagione estiva.

Si prevede un premio di cubatura diversificato, a seconda che riguardi un uso misto di residenza privata esclusiva del proprietario dell’immobile, con gestione familiare di camere e/o miniappartamenti per la ricettività turistica, ovvero un uso esclusivo di tipo alberghiero: nel primo caso il premio di cubatura è posto pari al 30% del volume edificabile o preesistente, nel secondo caso si arriva al 50%. Per fare un esempio più concreto, se si pensa ad un lotto che di fatto può raggiungere al massimo i 1000 mc., si avrebbero nei due casi non più di 300 o 500 mc, che, su una superficie coperta di 100 mq., si tradurrebbero in 1 o 1,5 piani in più rispetto a quanto consentito dal normale indice di zona. Sono fatti salvi ovviamente gli altri parametri di distanza, distacchi, altezza massima, ecc..

L’agevolazione non sembra particolarmente eccessiva, anche se ci sono i rischi di applicazioni distorte che, però, dipendono – qui come altrove – dal tipo di controllo urbanistico del territorio che l’Amm./ne Com./le saprà (o vorrà!) esercitare. E’ certo che se si accetta un discorso di incentivazione del turismo, misure di tal genere – ed altre di diverso tipo in zone con diversa vocazione – hanno una loro validità ed una propria coerenza, purchè si affronti adeguatamente anche il problema delle infrastrutture collettive necessarie.

Partendo dall’ipotesi – la più probabile – che gli ampliamenti del “premio” andranno ad interessare maggiormente le aree dei giardini retrostanti, fra la cortina degli edifici esistente sulla Trazzera e la stradella ferroviaria, (e non tanto le sopraelevazioni) si potrebbero discutere tuttavia, alcuni punti che di seguito elenchiamo:

· se nel caso sia opportuno limitare a 2 piani fuori terra (invece che 3) quelle parti di nuova costruzione che rientrano nel premio di cubatura consentito e, ancor meglio, di imporre per queste stesse parti l’obbligo del piano terra porticato: il che garantirebbe libere visuali sulle aree dei giardini circostanti che dovrebbero essere preservati al massimo;

· che sia fissato un certo indice minimo di piantumazione e l’obbligo di mantenere e/o reintegrare le essenze agrumarie nei giardini retrostanti, eventualmente associandovi palmizi ed altre essenze tipiche mediterranee;

· che sia stabilito un certo indice minimo di copertura a verde (con suolo permeabile) relativamente ad ogni lotto interessato;

· che sia fissato un arretramento minimo dalla stradella ferroviaria, maggiore dei “canonici” mt. 6.00 della Trazzera Marina;

· che qualora si intervenga sui piani terra esistenti, mutandone la destinazione a parcheggio (come previsto nel corpo dell’art. in questione), questi devono essere caratterizzati come locali porticati (quindi spazi aperti!): anche qui, l’attenzione mira alla qualità ambientale con la fruizione visuale dei giardini retrostanti e la dilatazione degli spazi sulla Trazzera.

Come ultimo punto più legato alla fase di gestione del controllo urbanistico degli interventi, ed in ordine alla garanzia del rispetto del vincolo ventennale di immodificabilità – che giustamente i progettisti hanno inserito nella norma – potrebbe proporsi l’obbligatorietà di un controllo a cadenza fissa eseguito e certificato da parte degli organi di vigilanza del Comune, sul rispetto delle concessioni rilasciate e delle relative destinazioni d’uso.


 

Art. 76: Zone E1 – Aree agricole, lett. A) – Generalità

Emendamento n. 7/REC-NTA, approvato con delibera di C.C. n. 4/01

OSSERVAZIONE: Sembra probabile (almeno, ciò si vuole augurare!) che non sia stata ben valutata la portata dell’emendamento n. 7/REC-NTA di cui alla D.C.C. n. 4/01 (e, quindi, la sua legittimità), laddove la modifica proposta consentirà, in pratica, più che il raddoppio della superficie dei piani cantinati/seminterrati rispetto alla superficie dei soprastanti piani terreni. E ciò contrariamente alle stesse ragioni poste a sostegno della proposta formulata, la quale sembra (!) mirare alla tutela del territorio (tant’è che in origine si limitava a consentire la costruzione di cantinati con superficie non superiore al 30% del soprastante piano). Infatti, in un fabbricato con superficie coperta al piano terra di dimensioni ml. 8 x ml. 8 = 64 mq., applicando l’emendamento deliberato, si potrebbe costruire legittimamente un sottostante cantinato di ml. 12 x ml. 12 = 144 mq (!!!), più del doppio del piano terra.

Si chiede, pertanto, di revocare tale emendamento.


 

Osservazioni al REC:

Art. 3, comma 1: - Attribuzioni della Commissione Edilizia

Emendamento n. 6/REC, approvato con delibera di C.C. n. 4/01

OSSERVAZIONE: Alla luce della vigente normativa urbanistica regionale (artt. 2 e 7, L. R. 71/78), risulta illegittimo l’inserimento dell’emendamento n. 6/REC di cui alla D.C.C. n. 4/01, laddove si richiede l’inserimento delle parole “qualora esistente e non soppressa”, all’art. 3, 1° comma, del nuovo REC, stante l’obbligo legislativo della nomina della CEC, giusto l’esplicito chiarimento della Circolare regionale Ass.to EE.LL. n. 2 del 13.4.2001, pubblicata sulla GURS n. 20/2001 (chiarimento, si precisa, confermativo dell’autorevole parere espresso nell’articolo a firma di Ciro Silvestro, allegato – paradossalmente! – quale ragione della proposta del suddetto emendamento, laddove si legge testualmente: “Conclusioni diametralmente opposte valgono, però, nel caso in cui l’istituzione di particolari commissioni o comitati sia prescritta da leggi regionali. Stante l’inidoneità della norma in questione (ndr., art. 41, Legge 449/97) ad incidere sulle materie attribuite alle regioni, la cancellazione di organi collegiali potrà realizzarsi soltanto laddove nulla è stato stabilito dalla legislazione regionale circa la loro necessità e le loro competenze.”


Osservazioni di ordine generale al PRG:

Piani Insediamenti Produttivi (PIP):

OSSERVAZIONE: Si osserva che, in dipendenza della revoca del Piano Insediamenti Produttivi in località Masseria, giusta D.C.C. n. 16/98, è venuta meno una previsione urbanistica dettata dall’art. 2 della L.R. 71/78, come modificato dall’art. 3 della L.R. 15/91, concernente l’obbligo di prevedere in favore degli artigiani aree per il soddisfacimento del fabbisogno degli insediamenti produttivi e servizi connessi (per come, tra l’altro, previsti nella delibera Commissariale n. 2/97 di approvazione della Relazione sul fabbisogno decennale per la quantificazione delle aree da assoggettare a prescrizioni esecutive), nella misura di cui alla localizzazione della predetta area approvata con D.A. n. 686/90, allora dimensionata per n. 61 lotti, contro i previsti n. 33 lotti della lottizzazione d’iniziativa privata approvata successivamente alla suddetta revoca dallo stesso precedente C.C..

Si ritiene, pertanto, doversi suggerire di prevedere una zona urbanisticamente idonea ad assolvere ai suddetti obblighi legislativi, rendendo – inoltre – un dovuto servizio ai numerosissimi artigiani e imprenditori locali, che – da decenni – attendono di potere allocare le loro unità locali in luoghi a ciò modernamente attrezzati ed urbanisticamente compatibili.


 

Perimetrazione delle zone B0:

OSSERVAZIONE: Si osserva che, contrariamente a quanto correttamente rappresentato nella originaria stesura del PRG del Marzo/1999, nella tavole di Piano adottate sono scomparse le zone B0. Quest’ultime, individuavano i Tessuti urbani storicizzati, ai sensi della Circolare dell’ARTA n. 2-DRU dell’11.7.2000, e sono normate (stranamente, considerando che sono state cancellate!) dall’art. 53 delle NTA. Esse individuavano i nuclei storici del nostro territorio (in pratica le zone A) e la loro perimetrazione, oltre che obbligatoria, costituisce elemento invariante del tessuto urbano, non valutabile – quindi – come scelta di progetto.

Tale perimetrazione è diretta conseguenza delle risultanze storiche dello studio preliminare alla formazione del Piano e prescinde dalla valutazione sulla qualità architettonica e storicità dell’edilizia in essa contenuta attualmente.

Si propone, pertanto, di ripristinare le zone storicizzate B0, come definite nell’originaria stesura del Piano datata Marzo/1999, e di integrare le norme di attuazione seguendo le disposizioni impartite dall’ARTA con la Circolare n. 3-DRU dell’11.7.2000.


 

Dimensionamento residenziale stanziale del nuovo PRG:

OSSERVAZIONE: Si osserva che appare illegittimo, contraddittorio e irrituale quanto affermato al terzo alinea del deliberato di cui all’atto di adozione consiliare n. 3/03, laddove – dopo avere espresso chiaramente il contenuto della deliberazione -, inopinatamente, si è aggiunto il suddetto 3° alinea che tra le righe pone come elaborato di PRG una “verifica abitanti a seguito degli emendamenti del Consiglio Comunale e delle prescrizioni dell’ufficio del Genio Civile”, che di fatto ha alterato il dimensionamento del Piano come deliberato dal Commissario ad Acta con proprio atto n. 2/97, e che, per disposizione legislativa, è immodificabile. Con tale “verifica” (!), si porta a 18.299 il numero di abitanti insediabili, contrariamente ai 15.257 preventivati nell’originario dimensionamento commissariale.

Si chiede, pertanto, di accogliere la presente osservazione stralciando dal suddetto atto deliberativo n. 3/03 (e dagli elaborati di Piano) il suddetto nuovo dimensionamento, improprio, scorretto, fuorviante ed illegittimo.


 

Perimetrazioni di zona:

OSSERVAZIONE: Si è rilevato in fase di visione degli elaborati di PRG che molti perimetri di zona non sono stati riportati come erano indicati nel vigente PRG; alcune zone ex B2 sono state elevate a ex B3; così come zone ex B0 sono diventate ex B2; alcune zone C ampliate ed altre con indice aumentato.

Si richiede di rivedere le suddette perimetrazioni per essere ricondotte ai deliberati consiliari.


 

Aree a destinazione pubblica:

OSSERVAZIONE: Si sono rilevate numerosissime aree a destinazione pubblica ricadenti su fabbricati residenziali regolarmente concessionati. Tali previsioni comportano di fatto la non attuabilità delle stesse; sono pertanto illegittime e necessitano di essere modificate, anche alla luce dell’art. 8, Allegato A, del D.A. 17.5.79, n. 91, come modificato dal D.A. 22.3.2000.

Si richiede di rivedere le suddette previsioni non attuabili.


 

Recepimento di sopravvenute normative,
direttive e atti pianificatori sovracomunali e comunali:

OSSERVAZIONE: Si sono rilevati i mancati recepimenti nel REC delle sopravvenute norme introdotte dall’art. 14 della L.R. n. 2 del 26/3/2002 riguardante la D.I.A. (denuncia inizio attività); non sono stati introdotti nelle previsioni di Piano le previsioni progettuali inserite nel PRUSST Valdemone, deliberati favorevolmente da questo stesso Consiglio Comunale; non è stata recepita la normativa regionale sopravvenuta nel settore commerciale (L.R. 28/99 e DPR 11/7/2000).

Si richiede di volere adeguare gli elaborati di Piano, colmando le suddette lacune nelle more dell’adozione delle P.E. e del contestuale invio all’ARTA.

Trenta giorni per le osservazioni al nuovo PRG

domenica, 20 febbraio 2011 1 commento

03 Mar 2003

Con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale Regionale dell’avviso di adozione del nuovo Piano Regolatore Generale di Capo d’Orlando, inizia il periodo di libera visione di tutti gli elaborati che lo compongono.
La legislazione vigente prevede infatti che il piano venga depositato e resti esposto al pubblico per 20 giorni consecutivi, e, “…fino a dieci giorni dopo la scadenza del periodo di deposito, chiunque può presentare osservazioni al progetto di piano…”. Complessivamente si ha quindi un mese di tempo per la presentazione di eventuali osservazioni.

L’ufficio stampa del Comune – in data 03/03/03 – ha diramato un comunicato ove tra l’altro si legge:

“Gli atti del progetto di adozione del Piano Regolatore Generale, del Regolamento Edilizio e delle norme tecniche d’attuazione sono in visione nella sala consiliare del Comune di Capo d’Orlando dalle ore 8,00 alle 14,00 e dalle 15,00 alle 20,00 per venti giorni successivi e consecutivi. Tutti gli atti sono consultabili alla presenza dei funzionari preposti, l’architetto Mario Valenti, capo dell’Ufficio Tecnico Comunale, l’architetto Mario Sidoti Migliore, componente dell’UTC, i geometri Antonio Scaffidi e Gaetano Giallanza, personale appartenente ai lavoratori Socialmente Utili.”

Per maggiore informazione ricordiamo che dopo la scadenza del termine di presentazione, le osservazioni dovranno essere visualizzate – “ove necessario e possibile” – a cura del Comune in apposite planimetrie di piano. Il Consiglio Comunale dovrà quindi valutarle e formulare nel merito le proprie deduzioni.

La protesta per la nuova area pedonale

domenica, 20 febbraio 2011 Lascia un commento

24 Gen 2003

Ha fatto discutere da subito la decisione prenatalizia dell’Amm.ne Com.le di ampliare l’area dell’isola pedonale nel centro urbano, sia per le rilevanti ripercussioni negative in termini di accresciuto disagio per i parcheggi e di aggravata congestione per il traffico veicolare – i cui flussi si trovano ad essere convogliati in arterie inadatte a sostenerli – sia per i pregiudizi arrecati alle attività commerciali situate nella zona interessata.

A tal proposito l’A.C.I.O., la Confesercenti e la Confcommercio hanno chiesto al Sindaco ed all’Amm.ne Com.le una verifica della misura adottata proponendone una diversa regolamentazione. Di seguito si riporta il primo documento elaborato da queste associazioni in forma di “Lettera aperta agli amministratori del Comune di Capo d’Orlando”.

Ad oggi, nonostante altre richieste e vari contatti, le suddette associazioni lamentano il fatto che nessuna risposta concreta sia venuta alle loro osservazioni e proposte, per cui hanno in cantiere di ricorrere a forme di protesta più clamorose.

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Lettera aperta agli amministratori del Comune di Capo d’Orlando

L’A.C.I.O., la Confesercenti, la Confcommercio hanno, insieme agli operatori comrnerciali, coordinato il testo del presente documento per portarlo all’attenzione del Sindaco e dell’Amministrazione del Comune di Capo d’Orlando al fine di esprirnere il profondo malessere economico che le recenti decisioni in tema di viabilità hanno causato nel sistema commerciale della città, ed in particolare agli esercizi presenti nelle vie direttamente interessate dal provvedimento.

Si premettono, innanzitutto, le seguenti considerazioni:

-E’ a tutti nota la reale consistenza del gracile tessuto del centro storico cittadino e la conseguente oggettiva difficoltà urbanistica di trovare adeguate e sicure soluzioni alla viabilità sia passante che di accesso ai luoghi urbani per eccellenza, in senso comrnerciale nonchè per quanto concerne i servizi ed il tempo libero. Soluzioni, purtroppo, rese molto problematiche anche dalla mancanza di parcheggi adeguati in aree a raso od in pluripiano, posti nei punti di maggior accesso e fruizione della città;

-E’ da tutti amata, condivisa e utilizzata l’isola pedonale che da anni caratterizza il centro cittadino sia per la sua qualità intrinseca che per l’attrazione che essa ha sempre esercitato nei confronti di popolazione esterna con conseguente rilevante beneficio economico locale. Risultato positivo che è stato ed è tutt’ora vanto di chi amministra la città;

-E’ indiscusso che la primaria funzione economica e produttiva della città è data dalle attività commerciali presenti nel territorio. Il centro storico, in particolare, è caratterizzato dall’essere un vero e proprio centro commerciale a cielo aperto, la cui qualità deriva dall’alto livello dell’offerta presente, dal continuo rniglioramento estetico, dall’innovazione e dalla cura che gli operatori mettono nella loro attività.
Il vincente effetto dell’insieme è dato, comunque, da un sisterna di piccole e medie imprese. Ogni vetrina rappresenta reddito e dignità di singole famiglie le cui programmazioni di medio e lungo periodo non possono, tuttavia, assolutamente fare a meno di risultati econornici anche irnrnediati ognuno dei quali rafforza l’insieme.

In base a tali premesse comprendiamo, quindi il bisogno da parte degli amministratori comunali di porre in essere le varianti innovative che possano portare a rniglioramenti della viabilità e ad aumentare il livello qualitativo dell’offerta pedonale.

Le scelte di recente effettuate, tuttavia, portando al blocco totale dell’arteria centrale con conseguente netta separazione tra le varie parti della città, causano danni economici di rilevante entità a molti esercizi commerciali.

Quanto detto, infatti vale non solo per le attività site a ridosso dei punti interessati dalle modifiche viabilistiche apportate, bensi per tutti gli operatori commerciali presenti nella città.
Di conseguenza quanto detto vale per l’economia generale della città stessa, poichè‚ diminuzione della qualità urbana complessiva e calo del reddito collettivo, non solo commerciale, sono intimamente connessi.

Per ovviare al disagio apportato dalle recenti decisioni ed in attesa di un piano più ampio e articolato teso a rnigliorare il sistema viabilistico cittadino, chiediamo al Sindaco ed all’Amministrazione Comunale di ripristinare lo stato viario preesistente, regolamentando invece giorni ed orari di chiusura della cerniera pedonale su via Piave.

Proponiamo di verificare, insieme e con spirito collaborativo e costruttivo, i contenuti del presente documento affinchè, ferme restando le prerogative e le responsabilità decisionali in capo all’Amministrazione, questa possa tutti ascoltare per meglio decidere, coordinando gli interessi privati nel più vasto interesse pubblico.

La seguente richiesta è effettuata anche ai sensi degli articoli 25 (comma 9), 26 e 29 del capo V dello Statuto del Comune di Capo d’Orlando.

Capo d’Orlando, 27/12/2002

A.C.I.O.
Confesercenti
Confcommercio

Adottato il nuovo P.R.G.

domenica, 20 febbraio 2011 Lascia un commento

21 Gen 2003

E’ stato adottato il nuovo P.R.G. di Capo d’Orlando nella seduta consiliare del 15/01/2003. L’adozione è avvenuta con voto unanime dei consiglieri di maggioranza, ad eccezione dei tre assenti – Giuseppe Galati, Monica Reale ed Aurelio Mangano – per motivi di incompatibilità.

E’ stata rinviata invece (o saltata!?) l’adozione delle prescrizioni esecutive, che a norma di legge costituiscono parte integrante del piano. Sembra infatti, dalle discussioni in aula consiliare, da alcuni contenuti dei documenti presentati dai vari gruppi, e da quello in ultimo sottoscritto da tutti i consiglieri di maggioranza, che vi siano delle forti riserve e/o perplessità sulle proposte attuative elaborate e presentate dal progettista arch. Mario Valenti, principalmente per la cosiddetta “Area Strutturante”.

La sensazione forte e chiara in chi ha avuto modo di seguire da vicino la vicenda e l’intero dibattito, è che alla fine la preoccupazione prevalente dei consiglieri, sia stata quella di procedere all’adozione del piano per attivare al più presto l’entrata in vigore delle norme di salvaguardia, consapevoli che ogni ulteriore rinvio avrebbe rischiato di compromettere definitivamente la reale disponibilità delle aree destinate ad infrastrutture, servizi ed attrezzature pubbliche, a motivo delle continue intraprese edificatorie d’iniziativa privata.

Una preoccupazione di certo condivisibile, ma che toglie o diminuisce di molto il significato ed il valore di un atto che non può che riconoscersi pienamente se non quando, alla sua origine, vi sia manifesta e prioritaria l’approvazione nel merito dei contenuti del piano, e non una motivazione prevalentemente difensiva – seppure importante e necessaria, ripetiamo! – di porre un’argine all’assalto alle aree ancora libere del territorio.

Tale motivazione, quando diventa preponderante come in tal caso è stata vissuta e presentata dai consiglieri, denuncia comunque una reale ed oggettiva debolezza della capacità programmatoria e delle possibilità di realizzazione che l’atto di adozione vorrebbe (e dovrebbe!) conferire al piano, indipendentemente dalle esternazioni soddisfatte o trionfali che gli stessi politici usano eseguire come un rito esausto non certo rivolto all’intelligenza dei cittadini.

Sicuramente più avanti avremo modo e contiamo di ritornare con maggiori approfondimenti ed altre prospettive su questo nuovo piano regolatore di Capo d’Orlando, ma ora, purtroppo, non possiamo – come vorremmo – gagliardamente mettere a tacere un certo senso di smarrimento, di sconforto e di pessimismo, che ci assale, e proviamo un senso di riprovevole invidia per l’ottimismo ineffabile di tutti quelli – fra i politici – che ci profondono con infinita magnificenza il loro verbo quotidiano ed il loro credo nelle “magnifiche e progressive sorti” di questa terra.

Annotazione a margine: qualcuno ha notato che negli ultimi tempi il vocabolo “turismo” è diventato sinonimo di “fonte di ogni bene”?

Una storia infinita

domenica, 20 febbraio 2011 Lascia un commento
18 Dic 2002

Ancora in secca la nave del P.R.G. di Capo d’Orlando, approdata da parecchi giorni in Consiglio Comunale per l’esame e l’adozione del nuovo strumento urbanistico. Tra un rinvio ed una mancanza di numero legale dei Consiglieri in aula, la discussione è ferma infatti ai preliminari.
Sembrava in un primo momento che ci fosse una preminente volontà nei gruppi di maggioranza, di andare all’adozione del nuovo piano in tempi brevissimi, magari rimandando ad un tempo successivo l’esame e l’adozione delle prescrizioni esecutive (i piani particolareggitati di attuazione) che pure costituiscono parte integrante (e rilevante!) dello stesso piano. Dicevamo “sembrava” perchè, stante i rinvii e l’ultima seduta deserta del 17 dicembre, si può pensare a ragione che qualcosa si sia inceppata.

Non c’è che d’attendere gli sviluppi nei prossimi giorni.
Intanto ricordiamo che il nuovo piano ritorna in Consiglio dopo oltre due anni e mezzo dal giorno in cui lo stesso Consiglio, avendolo esaminato, aveva deliberato di apportarvi numerosi emendamenti.

Insieme al Piano Regolatore Generale arrivano pure – per le aree a suo tempo perimetrate – i Piani Particolareggiati di attuazione. Ma di questi al momento si sa quasi nulla: una vera e propria scatola-sorpresa di quelle che si regalano e recano tanta gioia ai bambini. Pare tuttavia – e la cosa sarebbe pure sconcertante – che anche un buon numero di consiglieri anelano a conoscerne il contenuto!

Evidentemente è cambiato il convincimento dell’Amm./ne Com./le che, ai tempi della presentazione del P.R.G., propugnò ed adottò una politica partecipazionista e di “trasparenza” assoluta – quasi “ad oltranza” – per cui il piano fu esposto e reso noto a tutti i cittadini, molto prima di essere sottoposto all’esame del Consiglio Comunale.

Qualcuno interpreta questo cambiamento (massima pubblicizzazione per il piano generale, nessuna visione preventiva per i piani particolareggiati) come un segnale di ravvedimento, visti gli innegabili guasti al territorio procurati da quella “democratizzazione forzata”, per cui ogni singolo cittadino che si è visto intaccare un lembo di terra, si è affrettato a presidiarlo con la richiesta di una qualche concessione edilizia (finchè si è in tempo!) o con una qualsiasi costruzione abusiva quando la via della legalità fosse proprio preclusa.

Altri interpretano diversamente, e c’è chi ci mette pure della malizia….
Altri ancora sorridono…

La probabile sede dell’antica Agatirno

domenica, 20 febbraio 2011 Lascia un commento

15 Nov 2002

Agatirno, secondo le più accreditate notizie pervenuteci dagli antichi, era una città dei Siculi fondata intorno il 1200 a.C..
Discordi sono gli storiografi sulla sua ubicazione. C’è chi la pone a Piraino, chi a S. Marco d’Alunzio, il Fazello nella contrada S. Martino presso Capo d’Orlando, il nostro egregio Biagio Pace, attratto dalla somiglianza del nome, a S. Agata di Militello.
Un’antica insistente tradizione, però, la vuole nella contrada S. Domenica, al confine tra Naso e Capo d’Orlando, nella località detta «Crocevia», ed è a questa tradizione che io maggiormente dò credito per i motivi che sto per esporre.
Agatirno era una città sicula ed i Siculi non erano soliti stabilire le loro sedi presso il mare, e quindi escludo che questo antico centro sorgesse a Sant’Agata.
Quanto a Piraino e San Marco d’Alunzio mi pare che si escludano da sè.

Presso San Martino, la contrada ricordata dal Fazello, in verità c’è una località detta «Castiddazzu>>, che da Castellaceus significa piccolo casale, ed Agatirno non era un piccolo casale.
Agatirno, come città dei Siculi non era certamente una grande metropoli, e neanche doveva eccellere per fastosi monumenti, ma certo doveva essere un grosso insediamento di quelle popolazioni un po’ ribelli a Roma, che vi istituì una guarnigione di soldati per cui la troviamo segnata sugli itinerari militari romani a circa 42 chilometri da Tindari, ed a 31 da Solusapre, un’antica città scomparsa di incerta ubicazione, la quale, secondo quanto a me sembra probabile e della quale parlerò in seguito, sorgeva alla Croce Divina presso Tortorici.

Tenendo conto anche di queste distanze che grosso modo possono ben riferirsi alla nostra «Crocevia», prendiamo ora in esame il territorio circostante. Nei pressi c’è una localita detta «Mazzacca» con un’abbondante sorgiva di ottima acqua. Il nome «Mazzacca», come anche «Maina» un po’ ad oriente, testimonia fin da tempi remoti la presenza dell’acqua, elemento d’attrazione per tutti i popoli, ma specialmente per i Siculi, agricoltori di professione.
Poco discosto dalla «Mazzacca» c’è un piccolo torrente detto «Serragneddu», che da un probabile Xeraniellus significherebbe «vadduneddu», in antitesi col grosso torrente Manazza che scorre nella profonda vallata tra la «Crocevia» e «Catudè».
Se è esatta l’interpretazione di «Serragneddu», questo nome si sarebbe perduto se non ci fosse stata nei pressi una consistente comunità a ricordarlo. Nel territorio sovrastante c’è la vasta contrada «Bagnara» che significa castagneto, nome di non rilevante importanza anche questo perché si conservasse, per virtù proprie, nei secoli.

Guardando a destra sopra «Catudè» ci sono le rocche della «Sciamma»: «Sciamma» significa rocche, e quindi anche questa tautologia potrebbe essere un elemento probante. Più significativo è il nome «Catudè» che significa discesa, che sarebbe stata detta «Anudè» se Agatirno si fosse trovata di sotto.
Infine, dulcis in fundo il nome «Crocevia», incrocio di strade, dove confluiscono ancora le più importanti antiche trazzere del nostro territorio. Una scende dalla contrada «Brucoli» proveniente da Naso un’altra attraverso la contrada «Certari» scende verso il mare dov’è Capo d’Orlando, un’altra doveva condurre verso le rocche della «Sciamma» ed unirsi a «Catudè», ma penso che il Manazza, scorrendo tumultuosamente nella valle, causando frane, ne abbia cancellato le tracce.

Ed infine l’elemento più determinante, l’antica strada Regia, forse l’antica via Valeria dello stradario militare romano nel tratto Agatirno Tindari, che attraverso il piano di S. Cono, la Madonnuzza e Colliri, oggi raggiunge il piano di Bazia, incrocio a sua volta di diverse antiche strade e centro, almeno fino a pochi anni addietro, di grande importanza commerciale.

Niente più rimane di questa antichissima città, che probabilmente fu abbandonata intorno al settimo secolo d.C. sotto il pericolo delle incursioni moresche che venivano dal mare e si facevano sempre più minacciose. Quando fu abbandonata, come centro rurale in essa prevaleva ancora il paganesimo e la maggior parte della popolazione probabilmente si ritirò a Colliri, di fronte a Naso come si e già detto altrove.
I ruderi dell’antica citta, ancora paganeggiante, come in genere soleva avvenire, probabilmente vennero fatti scomparire dai fanatici della nuova rehgione che vi istituirono il culto di S. Domenica, a cui è intitolata oggi la contrada.

V. Sardo-Infirri
da “Pro Loco Informazioni”, giugno 1981, Anno II n. 6

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Le probabili origini di Naso

domenica, 20 febbraio 2011 Lascia un commento

04 Nov 2002

«Nel territorio di Naso ci erano molti casali, poi tutti s’unero e fecero la terra grande».
Con queste parole Geronimo Lanza, economo della chiesa di Naso intorno al 1628 riassume, in un suo manoscritto citato da Carlo Incudine, l’atto di nascita di questa terra la quale diventerà poi terra murata e sarà fino al 1772 roccaforte di baroni e di conti. Se però si vuole avere una più chiara visione dei fatti così come probabilmente si svolsero, basta esaminare con un certo acume critico, ambientandola nei tempi e nei luoghi, l’antica tradizione, per scoprire fatti di un certo interesse storico e folkloristico.
Dice la tradizione nel suo contenuto più genuino che Naso fu fondata dagli esuli di Nasida, che sorgeva giù nel fiume, nella contrada S.Antonino ai quali poi si aggiunsero i profughi di Agatirno.

Io accetto complessivamente quanto gli antichi ci hanno tramandato, ma affermo recisamente che giù nel fiume non è esistita mai la città di Nasida, ma solo un casale più o meno popoloso detto Nasos, penisola, i cui abitanti erano detti percio Nasitani, i penisolani. Il nome Nasida della tradizione è una corruzione di Nasitai, ed è dovuto al fatto che gli antichi solevano sostituire il nome della regione col nome del popolo che vi abitava.

Quanto sopra accennato risulterà più chiaro dal discorso che segue. I geografi, tra cui il Colamonico sono concordi nel dire che i fiumi del Mediterraneo anticamente finivano ad estuarlo e che tali estuari nelle età seguenti, per il disboscamento inconsulto e per le catastrofiche conseguenti frane, scomparvero colmati dai detriti trasportati dalle acque.

Ora, se prendiamo in esame il nostro fiume che scorre in mezzo ad alte montagne ripide e talvolta scoscese, non è difficile convincersi che anche esso finisce in un estuario piuttosto profondo il quale si doveva spingere almeno fino a Capitu.

Tali estuari erano detti muchoi, mari nascosti, ed il nostro andava ad attestarsi agli scogli della Galera (da Galena, mare tranquillo) detti anche Testa del Monaco, che è una chiarificazione sematica di Muchùs e che significherebbe quindi testa dell’estuario. Altri toponimi che servono al nostro assunto sono Capitu e Cappeddu.

Se infatti diamo uno sguardo anche superficiale al corso del fiume, vediamo che esso scende da Sinagra piuttosto diritto, segnando un taglio netto tra le due sponde onde probabilmente il suo antico nome Timetòs (da temnein, tagliare).

Da Capitu in giù esso scende volgendo ora a dritta ora a manca a causa dei contrafforti delle montagne che, avanzandosi sul letto del fiume, lo costringono a cambiare continuamente direzione. Se quindi ci portiamo all’inizio dell’Era Volgare, quando presumo esistesse ancora l’estuario, da Capitu in giù fino al mare doveva esserci una serie di promontori su ambedue le sponde, per cui la terra fu detta in latino «Terra Capitum», terra di promontori. In seguito, col frazionamento delle contrade, conservarono tale nome, il primo in alto forse perché vicino alla Via Valeria che determinava un afflusso di gente che ne conservò il nome, ed il più piccolo, Capellum, per questa sua caratteristica, che diventò Cappeddu.

Risalendo però ancora nei tempi fino alla dominazione greca, mi è venuto il sospetto che la Terra Capitum, nel greco dorico-sicilioto dovesse essere stata chiamata «Terra Nason» terra di promontori, sospetto che è stato avvalorato da quanto in seguito ho letto presso gli storici cinquecentisti Claudio Mario Arezio e Francesco Maurolico, i quali esplicitamente dicono che Naso deriva dalla «regione nesia».

Mi sembra quindi fuor di dubbio che tali promontori o penisole, «capita» in latino, «nasoi» in greco dorico-sicilioto, fossero la caratteristica della regione. Di queste «nasoi» quella che poi sarà chiamata S. Antonino era una terra abitata, forse perché l’estuario era navigabile soltanto fino ad essa e quindi c’era l’approdo delle navi con l’interesse commerciale che ne derivava.

C’era quindi laggiù il villaggio della Nasos e perciò gli abitanti che come gente di mare dovevano essere greci, si dissero Nasitai. Sappiamo che durante il Medio Evo, quando non fu più garantita la libertà dei mari per la ormai tramontata potenza di Roma, i popoli rivieraschi per paura dei pirati si ritirarono sui monti. Anche i Nasitai seguirono la sorte comune e si rifugiarono presso la torre di guardia che già doveva esistere in cima al monte a difesa della Strada Grande o Strada Regia, credo l’antica Via Valeria, nel tratto Agatirno-Tindari, la quale, nella valle sotto la torre si immetteva nel largo ora detto Bazia, punto di incrocio di diverse strade che conducevano verso Agatirno, verso Palermo, verso Catania e verso Messina.

Le strade di cui gli esuli si servirono per raggiungere la nuova sede furono probabilmente due: una la più lunga, ma molto più comoda, in principio volgeva un po’ verso Capitu, quasi in direzione opposta alla torre, e dopo breve percorso si immetteva nella via Valeria di cui sopra. L’altra più breve ma molto più ripida puntava direttamente verso la torre, dalla quale proprio per questo motivo aveva probabilmente derivato il nome di via «Tyrrana», che trasmetterà al villaggio Tirrano che si trova lungo il suo percorso.

Stabilitisi nella nuova sede forse fu allora che gli abitanti, che come abbiamo detto dovevano essere Greci, diedero il nome alle contrade vicine. Chiamarono Naso la nuova terra, in onore della antica; Dulusa la terra sottomessa, Péra la contrada di fronte (da peraia, terra di fronte) «Giallongo» la profonda valle tra Naso e Colliri (dal prefisso intensivo «za» e la radice «long» che dà l’idea della valle).

In un secondo tempo, come vuole la tradizione, si ritirarono a Naso anche gli Agatirii. Agatirno era una città sicula come chiaramente risulta da quelle poche notizie che ci danno gli antichi storici, e sappiamo che i Siculi erano essenzialmente dediti all’agricoltura, e che in genere non si fondevano del tutto con i Greci, anche se con essi mantenevano discreti rapporti, specialmente commerciali.

C’è da pensare quandi che gli Agatirii, avviandosi per la strada grande che conduceva a Naso, non andarono ad abitare assieme ai Nasitai, ma si fermarono sul colle di fronte ricco di acque ed i Nasitai, che come Greci erano anche troppo loquaci, per non dire linguacciuti, per ischerno li chiamarono i «Cyllirii» che sarebbe come se ora dicessimo «i viddani»; infatti ai tempi di Siracusa, in Sicila eran detti Cyllirii i contadini.

La contrada oggi detta «Cuddiri» ne ha conservato il nome, e per lungo tempo forse anche la caratteristica. Che, se teniamo conto che la gente dedita alla cultura dei campi si è sempre dimostrata conservatrice negli usi, nei costumi e nelle tradizioni, probabilmente quando gli Agatirii si ritirarono a Naso erano ancora paganeggianti e tale dovette rimanere ancora per lungo tempo la contrada, se non esiste alcuna tradizione che attesti la presenza del nuovo culto in quella contrada.
L’attigua chiesa della Grazia, non solo é un po’ fuori mano, ma è anche di recente istituzione.

Inoltre nel popolo corre anche una antica tradizione secondo la quale il torrente Giallongo che, come s’è detto, scorre tra Naso e Colliri, prese il nome da un contadino di Colliri alto quanto un Gialongo. Perché si accenna ad un contadino di Colliri e non ad un qualunque abitante di quel luogo? Anche di Gianpileri presso Messina, si dice che il nome deriva da un Giovanni alto quanto un pileri, ma non si fa accenno a nessun contadino.

Quanto alla tarda tradizione secondo la quale i profughi di Naxo fondarono Naxida nel nostro fiume, dopo quanto si è detto non varrebbe la pena di aggiungere altro per dimostrarne l’invalidità.
Tuttavia mi piace ricordare che tale tradizione, dovuta alla somiglianza dei due nomi ed al pio desiderio di cultori di storia paesana di dare più nobili natali alla fiorente cittadina, cominciò a diffondersi dal secolo XVI in poi, quando si comincia a trovare la trascrizione di Naso o Nasida con la x o con due s (Naxo Nasso ) specialmente su epigrafi che, come si sa, peccano generalmente di retorica, e mai in documenti ufficiali. In tutti gli atti notarili, troviamo sempre scritto Naso.

Anzi nell’atto di infeudazione stipulato nell’anno 1094 in favore dell’Abate Ambrogio in cui Naso compare per la prima volta nelle antiche carte, ed in un altro stipulato in Troina nel 1095, troviamo scritto «Nasa».
Non si tratta di un errore casuale: Coloro, o colui che stese i due atti, appartenente alla corte normanna, certamente non nasitano, sapeva che Naso era di genere femminile, come nasos, penisola da cui derivava e quindi in ottemperanza alla nuova grammatica scrisse «Nasa».

V. Sardo-Infirri
da “Pro Loco Informazioni”, maggio 1981, Anno II n. 5

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Sul “Trappeto degli Zuccari” di Malvicino

domenica, 20 febbraio 2011 1 commento

08 Giu 2002

 

Dell’esistenza di una “industria degli zuccari” nell’antico territorio di Naso, e precisamente in contrada Malvicino sulla pianura di Capo d’Orlando, si ha notizia sicura; non si conosce la data in cui venne impiantata, e poco si sa della sua attività e dei motivi precisi per cui, poco prima dell’inizio del XVII secolo ebbe a finire.

La presenza di tale industria dovette avere un’importanza notevole, economicamente e socialmente, ed essa fu sempre controllata dal signore di Naso.

La canna da zucchero era stata introdotta in Sicilia dagli Arabi e, sotto i Normanni, aveva avuto una discreta diffusione; ma la sua coltura aveva subito un forte incremento soprattutto nel XV secolo con Alfonso il Magnanimo,(1) tanto che la Sicilia in quest’epoca, deteneva il monopolio della produzione di zucchero da canna in Europa.

Lo zucchero era così prezioso per l’economia che la legge consentiva l’acquisto forzato di terra per coltivare la canna, e l’acqua poteva essere presa da qualsiasi fonte.

Nel XVI secolo (se non prima!) l’”industria degli zuccari” di Malvicino era certamente in piena attività. In un rapporto della seconda metà del ‘500 sulle “marine di tutto il Regno di Sicilia” fatto all’Imperatore Filippo II, si legge che a quel tempo, nella fascia costiera attraversata dalla fiumara di Zappulla, vi erano due castelli a guardia di altrettanti importanti trappeti di cannamele: l’uno di “Pietra di Roma” (e sarebbe nell’omonima contrada odierna presso Torrenova); l’altro denominato “Torre del Trappeto di Malvicino” (nell’odierna omonima contrada di Capo d’Orlando).

Nel 1570 infatti, Carlo Ventimiglia, che due anni dopo s’investiva anche della terra e Baronia di Naso, acquistò da Antonio di Aragona, barone di Naso, “Feudo Grande, Molino vecchio e Trappeto di Zuccari esistenti in esso Stato”.(2)

Tale compera dimostra indubbiamente un interesse ai profitti che potevano trarsi dalla produzione zuccheriera locale.

Ma bisogna pur dire che, nei primi del ‘500, si era manifestata una certa crisi generale della produzione dello zucchero: ne è anche segno una prammatica del 1524 in cui si concede che gli operai dei trappeti non possono venir perseguiti per debiti dal 15 novembre fino a 10 giorni dopo il termine della cottura.

Ciò significa che i salari, già non erano più attraenti, e che conveniva attirare a quel lavoro i disperati. La produzione era maggiormente concentrata nelle zone di Palermo ma, a metà del secolo XVI, si può parlare di una relativa “cessazione della produzione di zucchero in Palermo e di uno spostamento verso est”.(3)

Non è errato comunque supporre una subitanea ripresa delle piantagioni e un aumento delle installazioni produttive sulla costa settentrionale dell’isola.(4) Lo spostamento della produzione verso l’est, potrebbe significare senz’altro che gli investimenti nei trappeti questa zona dell’isola venivano ad essere abbastanza redditizi. Ciò spiegherebbe, almeno in parte, l’interesse mostrato dal Ventimiglia per la Contea di Naso.

 

Il Trappeto di Malvicino comunque era sicuramente in attività in questo periodo e, a confermarcelo, è un registro del Banco Gentile di Palermo. Questo, per i mesi da agosto a dicembre del 1570, “parla di una nave con carico di zucchero partita da Palermo per Roma, e ci mostra in piena attività dieci trappeti, naturalmente con le piantagioni annesse: in Partinico, in Carini, in Ficarazzi, in Galbonogara, in Roccella, in Bonfornello, in Brucato, in Acquedolci, in Pietra di Roma e in Naso”.(5) Sono questi i trappeti per i quali il Banco effettuava il servizio di deposito e pagamento.

Questo elenco del 1570 ci descrive anche la forma di gestione; il proprietario della piantagione e del trappeto, che a Naso è il Barone, privo di potenziale economico nella generale crisi del feudo e dell’impresa agricola siciliana (si ricordino a proposito le rivendicazioni dei Capitoli della Città di Naso), e non riuscendo a far funzionare la complessa impresa zuccheriera, “non cerca più un socio finanziatore, ma affida tutta l’impresa ad un capitalista, per uno o più anni; capitalista che assume tutti i rischi della cultura, cottura, prima raffinazione e vendita, dando al proprietario una rendita fissa, stabilita per tre o più anni sotto forma di appalto che è designata col nome di gabella o arrendamento”.(6)

Sappiamo così che, a quel tempo, ad amministrare il trappeto di Malvicino era un certo Pietro de Marino (il quale era pure gabelloto di un altro trappeto a notevole distanza da questo: il trappeto di Galbonogara).

La produzione zuccheriera si riprende brillantemente in questo periodo, e continua per tutta la prima metà del seicento: e certamente entrare in possesso del trappeto di Malvicino dovette essere uno dei motivi che indussero la famiglia Cibo-La Rocca (come prima il Ventimiglia) all’acquisto, intorno al 1610, della Contea di Naso.(7) Prima della fine del secolo, comunque, il trappeto viene a cessare la sua attività, risentendo della crisi generale che viene a colpire tutto il settore: probabilmente intorno al 1680, le colture di cannamele scomparvero, ed al loro posto divenne più redditizio fare delle seminagioni di frumento o impiantare dei vigneti.(8)

Molti altri trappeti in Sicilia, cessarono di funzionare in questo stesso periodo, ed all’inizio del secolo XVIII troviamo infatti che la produzione è limitata ad Avola, Melilli, S. Gusmano ed Acquedolci. Un autore della seconda metà dell’’800 scrive: “Era fiorentissima la cultura delle cannamele, o canna da zucchero, in Ficarazzi, … Pietra di Roma, Malvicino, … . I dazi la soffocarono…”.(9) Ma le ragioni per cui un’industria così importante venne a cessare, sono ancora molteplici. Sembra che in parte tale declino sia dovuto alla concorrenza dello zucchero brasiliano, che aveva raggiunto un tale sviluppo da poter essere offerto sul mercato a prezzo minore di quello siciliano. Ma altri sono più propensi a sottolineare come “la canna da zucchero in Sicilia viveva al suo limite ecologico settentrionale, e che pertanto un lieve abbassamento della temperatura minima invernale poteva ucciderla, o un abbassamento della media annuale diminuirne la produttività, o un eccesso di umidità dare al succo un eccesso d’acqua”;(10) e si fa notare come molti segni indicano che durante il XVII secolo, vi sia stato effettivamente un raffreddamento del clima.

Il succo cominciò a risultare meno ricco di sostanze zuccherine e in minore percentuale arrivava allo stato solido con la prima cottura.(11) Veniva ad essere più difficile così, per il produttore, dato che il trappeto non dava più che 1/3 o ¼ di zucchero solido, recuperare tutto il capitale investito: non contando che il prezzo precipitava a causa della cattiva qualità del prodotto.

Ma anche le turbazioni del regime idrico delle fiumare dovettero avere la loro influenza, dato che la canna aveva bisogno di costanti irrigazioni.(12) Sembra da escludere in ogni caso, che la cessazione della produzione zuccheriera possa attribuirsi ad una questione di costo del lavoro.

E’ vero infatti che “le piantagioni e il trappeto erano situati lontano dalla città, era necessario alloggiare e alimentare i lavoratori”(13) e, proprio per questo, si costituiva un piccolo abitato; il gabelloto organizzava sempre nel luogo “una taverna, diremmo oggi una mensa aziendale”,(14) dove i lavoratori mangiavano e bevevano a credito, lasciando così un’alta percentuale del salario.

Ad ogni modo resta il fatto che l’industria dello zucchero non si riprese più, né a Naso né in Sicilia. Anzi, di quei quattro trappeti rimasti in funzione ai primi del ‘700, soltanto quello di Avola continuò fino all’inizio dell’’800, ma per estrarre dal succo delle canne, non più zucchero bensì rum.

(Salvatore Sidoti Migliore, architetto)

Note:
(1) R. M. Dentici Buccellato, Un’attività “industriale” nella Sicilia del ‘400: il trappeto delle cannamele, in Accademia di Scienze, Lettere e Arti di Palermo. Atti – Serie Quarta – vol. xxxv – Parte seconda: Lettere – A.A. 1975-76.
(2) M. F. De Spuches, La storia dei feudi… op. cit..
(3) C. Trasselli, op. cit.
(4) C. Trasselli, op. cit.
(5) C. Trasselli, op. cit.
(6) C. Trasselli, op. cit.
(7) vedasi C. Incudine, op. cit.
(8) “Vi è un prezioso documento del 1683, nel quale tre periti, chiamati a giudicare se convenisse o non continuare a produrre zucchero a Calatabiano, risposero che: 1.) per la grande quantità di zucchero venuto dalle Indie, non si riusciva a vendere quello siciliano a più di 7 onze il cantaro, mentre la produzione costava 12 onze; era più redditizio fare come in Roccella, Ficarazzi, Malvicino ed altri luoghi, trasformando le piantagioni in risaie e terre seminative per frumento” (C. Trasselli, op. cit.)
(9) A. Battaglia, L’evoluzione sociale in rapporto alla proprietà fondiaria in Sicilia, 1895
(10) C. Trasselli, op. cit.
(11) C. Trasselli, op. cit.
(12) Scrive il Trasselli (op. cit.) che la relazione dei periti redatta nel 1683, “allude alla coltivazione di frumento o riso in terre in cui prima esisteva la canna; cioè cultura arida e cultura molto umida, che fanno pensare ad una mutazione del regime idrico”
(13) C. Trasselli, op. cit.
(14) C. Trasselli, op. cit.

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